Intervento su cavi interrati in una strada urbana nelle ore serali, quando il caldo e i picchi di consumo aumentano il rischio di blackout.
Ogni estate, nelle città italiane, caldo estremo, siccità e consumi elettrici elevati mandano sotto pressione cavi interrati e trasformatori della rete di distribuzione, provocando blackout urbani proprio nelle ore in cui condizionatori, uffici e abitazioni chiedono più energia. Non è quasi mai un problema di produzione nazionale: la corrente c’è, ma a cedere sono spesso i componenti nascosti sotto l’asfalto o chiusi nelle cabine di quartiere, già provati da anni di esercizio e da temperature sempre più alte.
Il punto, spiegano i tecnici del settore, è che un cavo elettrico sotto carico non trasporta soltanto energia: produce anche calore. Quel calore deve disperdersi nel terreno circostante, ma sotto le strade delle grandi città — tra asfalto, cemento, traffico e sottoservizi — la temperatura resta alta per giorni. Le norme di calcolo della portata dei cavi assumono come riferimento un terreno a 20 gradi alla profondità di posa; nelle ondate più dure, però, questa condizione diventa lontana dalla realtà.
A Palermo, durante giornate con punte oltre i 42 gradi, i disservizi registrati in diversi quartieri hanno mostrato bene il meccanismo. Il cavo si scalda, il terreno non riesce più a smaltire il calore e la temperatura dell’isolante si avvicina alla soglia di esercizio, intorno ai 90 gradi per molti conduttori moderni. Sopra quel limite, guaine e materiali isolanti cominciano a degradarsi. Non sempre il guasto arriva subito. Anzi, spesso arriva dopo.
La situazione peggiora quando manca la pioggia. Un terreno umido conduce il calore meglio di uno secco; quando l’acqua fra i granelli scompare, prende il suo posto l’aria, che isola. Attorno al cavo può formarsi così un anello di terra asciutta, una specie di barriera termica che trattiene calore invece di disperderlo. È un processo lento, quasi invisibile. Poi, in una sera di luglio, il quartiere resta al buio.
Una parte della rete italiana di media tensione risale ai decenni della crescita urbana e utilizza ancora cavi in carta impregnata con guaina in piombo, una tecnologia robusta per l’epoca ma più sensibile agli stress termici rispetto ai sistemi attuali. Il problema non è soltanto la temperatura massima raggiunta, ma la ripetizione dei cicli: caldo nel pomeriggio, raffreddamento parziale di notte, nuovo aumento il giorno dopo. Giorno dopo giorno.
La carta impregnata si dilata, poi si contrae. Il piombo segue questi movimenti, ma non torna sempre nella posizione iniziale. Con il tempo possono formarsi piccoli vuoti nell’isolante e microfessure nella guaina, punti attraverso cui l’umidità trova spazio. “Una stagione molto calda può pesare come anni di esercizio ordinario”, confida un tecnico che lavora sulle reti urbane, descrivendo interventi in buche stradali aperte spesso di notte, quando la domanda cala e si può sezionare la linea con minori disagi.
Il cedimento, però, raramente avviene nel tratto più regolare del cavo. Il punto critico è spesso il giunto, cioè la connessione fra due spezzoni, realizzata durante la posa o dopo una riparazione. Viene assemblato a mano, in condizioni non sempre comode: una buca, poco spazio, umidità, polvere, tempi stretti. Anche una piccola imperfezione può concentrare lo sforzo elettrico. E lì il calore si accumula di più, perché la massa metallica è maggiore e la dispersione è meno efficace.
Quando il giunto cede, il guasto appare improvviso. Un cortocircuito, lo scatto delle protezioni, la linea fuori servizio. Per chi è in casa si traduce in un rumore secco del frigorifero che si spegne, le luci ferme, l’ascensore bloccato al piano. Per i tecnici significa localizzare il punto esatto, scavare, isolare, sostituire. Operazioni che richiedono ore.
Accanto ai cavi, l’altro elemento vulnerabile è il trasformatore delle cabine secondarie, la macchina che abbassa la tensione e alimenta strade, condomìni, negozi e uffici. Il trasformatore si raffredda attraverso l’olio interno e le alette esterne, sfruttando la differenza fra la propria temperatura e quella dell’ambiente. Se l’aria esterna è già a 35 o 40 gradi, il margine di raffreddamento si riduce.
Il risultato è semplice, ma pesante: la potenza disponibile cala proprio quando la richiesta cresce. Nei quartieri più densi, con migliaia di condizionatori accesi nello stesso momento, il carico resta alto per ore. Le cabine elettriche italiane, spesso ricavate in locali interrati, vani tecnici o box condominiali, non sempre hanno ventilazione adeguata agli usi attuali. Molte furono progettate quando il consumo estivo era molto più basso e l’aria condizionata domestica non era così diffusa.
Dentro questi locali la temperatura può superare quella esterna di parecchi gradi. Il trasformatore lavora allora in condizioni più severe di quelle previste in targa. Il calore accelera l’invecchiamento della carta isolante che avvolge il rame: le norme tecniche indicano che, oltre una certa soglia nel punto più caldo dell’avvolgimento, pochi gradi in più possono ridurre in modo netto la vita residua della macchina. Non è un guasto “di colpo”, spesso. È un logoramento che diventa visibile quando arriva il picco.
Anche qui conta il ritardo. Cavi e trasformatori sono masse pesanti, si scaldano lentamente e si raffreddano con la stessa lentezza. Per questo molti blackout estivi non arrivano al primo giorno di caldo, ma al terzo o quarto. La rete accumula calore notte dopo notte, senza tornare alle condizioni iniziali. Solo allora il componente più fragile cede.
I gestori della distribuzione stanno intervenendo con la sostituzione dei cavi obsoleti e l’impiego di conduttori più resistenti ai cicli termici, oltre a materiali di riempimento più adatti della semplice terra di scavo. Non basta posare un cavo nuovo: conta anche l’ambiente in cui lavora, dalla qualità del terreno alla capacità di disperdere calore. È un lavoro poco visibile, fatto sotto strada, ma decisivo.
Nelle cabine cresce inoltre l’uso di sensori di temperatura e sistemi di telecontrollo. Questi dispositivi permettono di seguire l’andamento del carico e, quando possibile, spostare parte della domanda su cabine vicine prima che venga superata una soglia critica. “L’obiettivo è intervenire prima del guasto, non dopo”, spiegano fonti tecniche del settore. La differenza, per un quartiere, può essere fra una manovra senza disagi e ore senza corrente.
Il limite resta l’estensione della rete. In Italia ci sono migliaia di installazioni datate, non tutte monitorate in tempo reale, e molte si trovano in aree urbane dove scavare è complesso: traffico, sottoservizi, autorizzazioni, residenti. Con estati più calde e periodi secchi più lunghi, la pressione su rete elettrica, cavi interrati e trasformatori urbani è destinata a restare alta. La produzione di energia, nella maggior parte dei casi, non è il nodo. Il nodo è portarla fino all’ultima strada, nel momento più caldo della giornata, senza che il sistema si rompa prima.