Una capsula per il lavaggio e l’asciugatura automatizzati, con un operatore che ne controlla i comandi in una sala dimostrativa.
La società giapponese Science Co. ha presentato a Osaka, nel 2026, il prototipo della Mirai Ningen Sentakuki, una capsula hi-tech capace di lavare, massaggiare e asciugare una persona in circa 15 minuti, con l’obiettivo di portare automazione, intelligenza artificiale e assistenza fisica nei settori del benessere, dell’ospitalità di fascia alta e della sanità.
Il nome, in giapponese, suona quasi come una promessa da fiera del futuro: Mirai Ningen Sentakuki, cioè “lavatrice umana del futuro”. Dietro l’espressione, già ripresa con curiosità dai media internazionali, c’è un dispositivo sviluppato da Science Co., azienda con sede a Osaka, pensato per trasformare un gesto quotidiano — lavarsi — in una procedura automatizzata e controllata. Si entra nella capsula, ci si accomoda, e il sistema avvia il ciclo senza bisogno di spugne, doccino o asciugamano.
L’idea non nasce dal nulla. Il presidente della società, Yasuaki Aoyama, ha spiegato di essersi ispirato a un ricordo d’infanzia: l’Ultrasonic Bath presentato da Sanyo all’Expo di Osaka del 1970, quando il Giappone mostrava al mondo una visione domestica del futuro fatta di automazione e comfort. Allora era rimasta soprattutto una dimostrazione tecnologica. Oggi, con sensori più piccoli, software più evoluti e materiali adatti all’uso sanitario, quel progetto torna in forma aggiornata. Più concreto, almeno nelle intenzioni.
Il ciclo della capsula hi-tech giapponese dura circa un quarto d’ora e combina acqua calda, microbolle ultrafini, ultrasuoni e getti d’aria. Una volta chiuso il portello, l’ambiente interno viene riempito con acqua a temperatura controllata; solo allora comincia la fase di lavaggio vera e propria, che secondo l’azienda dura circa tre minuti e non si basa sullo sfregamento della pelle, ma sull’azione combinata delle bolle e delle vibrazioni ultrasoniche. Il risultato dichiarato è una pulizia uniforme, delicata, senza intervento manuale.
Terminato il lavaggio, l’acqua viene scaricata rapidamente e la capsula passa alla fase di asciugatura, con getti d’aria calda orientati sul corpo. È qui che il paragone con una normale doccia si ferma: la macchina punta a restituire una persona già asciutta, pronta a rivestirsi. “L’obiettivo è creare un’esperienza completa, non solo lavare”, ha spiegato Aoyama nelle presentazioni del progetto. Una frase semplice, ma che chiarisce la direzione: non un elettrodomestico da bagno, almeno per ora, bensì un servizio da installare in strutture attrezzate.
La Mirai Ningen Sentakuki non si limita alla pulizia del corpo. All’interno della capsula sono previsti sensori biometrici in grado di monitorare parametri come frequenza cardiaca e temperatura corporea, dati che vengono letti in tempo reale da un sistema di intelligenza artificiale. Se l’algoritmo rileva segnali compatibili con tensione o disagio, modifica l’ambiente interno: luci, immagini proiettate e suoni vengono adattati per rendere il trattamento più rilassante. Un approccio vicino a quello delle spa tecnologiche, con qualche ambizione in più.
Il punto, per l’azienda, è unire igiene e benessere psicofisico. Durante la sessione possono essere mostrate immagini calme e diffuse tracce sonore pensate per abbassare il livello di stress; non una cura medica, naturalmente, ma un supporto sensoriale integrato nel ciclo di lavaggio. Resta da capire, e lo diranno eventuali test su larga scala, quanto questa componente venga percepita come utile dagli utenti reali. Per ora il progetto resta nella fase di prototipo avanzato e dimostrazione commerciale.
Il prezzo indicato, circa 340mila euro, chiarisce subito il mercato di riferimento: non le abitazioni private, ma hotel di lusso, centri benessere, cliniche estetiche e strutture sanitarie con budget adeguati. È una cifra che colloca la lavatrice umana più vicino a una macchina professionale che a un prodotto consumer. Eppure, al netto dell’effetto curiosità, l’applicazione più concreta potrebbe arrivare proprio dall’assistenza, dove il lavaggio quotidiano di persone anziane o con mobilità ridotta richiede tempo, personale formato e attenzione alla dignità del paziente.
In case di riposo, ospedali e centri di riabilitazione, una capsula di questo tipo potrebbe alleggerire il lavoro degli operatori, riducendo alcuni passaggi fisicamente impegnativi e garantendo procedure più standardizzate. Non sostituirebbe il rapporto umano, che resta decisivo nell’assistenza, ma potrebbe diventare uno strumento in più. La strada, però, non è breve: servono certificazioni, protocolli, prove di sicurezza e valutazioni cliniche. Solo dopo si capirà se la Mirai Ningen Sentakuki resterà una curiosità da salone tecnologico o entrerà davvero nella routine del welfare del futuro.