Il 28 ottobre 2026, Chi l’ha visto? — il programma di Rai Tre — ha dedicato uno spazio significativo a un fenomeno che riguarda migliaia di famiglie italiane: quello degli hikikomori, i giovani che scelgono di ritirarsi completamente dalla vita sociale, chiudendosi in casa per mesi o addirittura anni. A dare voce a questa realtà, una madre il cui figlio è riuscito a uscire dall’isolamento, affiancata dall’intervento dello psicologo Marco Crepaldi.
Cosa significa essere hikikomori
Hikikomori è un termine giapponese che significa letteralmente “stare in disparte”. Descrive una condizione in cui una persona — prevalentemente un adolescente o un giovane adulto — interrompe ogni forma di partecipazione alla vita esterna: smette di andare a scuola o al lavoro, evita qualsiasi contatto con il mondo fuori dalle mura domestiche e si isola per periodi che possono andare da qualche mese fino a diversi anni.
Il fenomeno colpisce principalmente i maschi, anche se l’incidenza femminile è in crescita. Non si tratta di semplice pigrizia o capriccio adolescenziale: è una condizione complessa, spesso legata a fragilità psicologiche profonde, difficoltà relazionali e pressioni sociali che il soggetto percepisce come insormontabili. La camera da letto diventa l’unico spazio sicuro, e il confine con il resto del mondo viene progressivamente cancellato.
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La testimonianza in puntata: una madre racconta
La puntata del 28 ottobre 2026 di Chi l’ha visto? ha portato in studio la testimonianza diretta di una madre il cui figlio — identificato come Marco — è riuscito a uscire dall’isolamento. Una storia che, al di là del lieto fine, racconta quanto sia difficile e lungo il percorso per una famiglia che si trova a convivere con un figlio hikikomori.
Accanto alla testimonianza materna, lo psicologo Marco Crepaldi ha offerto una lettura clinica e umana del fenomeno, sottolineando un aspetto che spesso viene sottovalutato: il confronto tra genitori che vivono situazioni simili è uno strumento fondamentale. Sapere che non si è soli, che altre famiglie hanno attraversato lo stesso tunnel e ne sono uscite, può fare una differenza enorme sia per i genitori che per i ragazzi stessi. Il peer support genitoriale — cioè il sostegno tra pari — emerge come una delle leve più efficaci nel processo di recupero.
Un fenomeno globale con radici giapponesi
Il termine e la condizione nascono in Giappone, dove il governo ha stimato circa 1,5 milioni di casi. Le stime degli esperti parlano di una forbice ancora più ampia: tra 500.000 e 2 milioni di individui coinvolti solo in Giappone, con la maggioranza concentrata nella fascia d’età tra i 14 e i 39 anni.
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Ma l’hikikomori non è più un fenomeno esclusivamente giapponese. Si è diffuso in molte società occidentali, compresa l’Italia, dove l’accelerazione digitale degli ultimi anni ha reso ancora più facile — e socialmente accettabile, almeno in superficie — vivere senza uscire di casa. La rete, i videogiochi, le piattaforme di streaming possono diventare, per questi ragazzi, un surrogato del mondo reale che li spaventa.
Perché la televisione può aiutare a fare chiarezza
Portare il tema degli hikikomori in un programma come Chi l’ha visto? — tradizionalmente associato alle persone scomparse e ai casi irrisolti — ha un senso preciso. Gli hikikomori sono, in un certo modo, scomparsi dalla vita pubblica: non vengono cercati dalle forze dell’ordine, ma sono invisibili alla società, assenti da scuole, piazze, luoghi di aggregazione.
La televisione generalista, quando tratta questi temi con rigore e umanità, svolge una funzione che va oltre l’intrattenimento: raggiunge genitori che magari non hanno ancora dato un nome a quello che sta accadendo in casa loro. Vedere una madre raccontare la sua esperienza — con il figlio che ce l’ha fatta — può essere il primo passo per un’altra famiglia verso la consapevolezza e la ricerca di aiuto.
Il servizio integrale dell’episodio è disponibile su RaiPlay, dove chiunque voglia approfondire può rivedere sia la testimonianza che l’intervento di Marco Crepaldi. Parlarne apertamente, in prima serata su una rete pubblica, è già di per sé un segnale importante: il silenzio attorno al fenomeno hikikomori è parte del problema, e rompere quel silenzio — anche attraverso la TV — è un modo concreto per iniziare a risolverlo.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
